Scoprirmi lesbica, scoprirmi voyeuse

Scoprirmi lesbica a tredici anni. Ritrovarmi emozionata, eccitata, tremante di fronte ad un giornaletto con sopra disegnate due donne che fanno l’amore, mentre la mia mano scende incerta e timorosa, ma vogliosa, verso il mio piacere…. un piacere che ancora non conosco, ma da cui brucio dalla voglia di essere travolta.

Imparare giorno dopo giorno che la mia adolescenza sarà un lungo alternarsi di desiderio e tormento. Momenti in cui non aspiro ad altro che essere me stessa, felice di esserlo e di essere amata, posseduta per quella che sono, da un’altra me stessa. Altri in cui la vergogna mi divora, mi cancella, per la consapevolezza (se di consapevolezza si può parlare, per una giovane anima tormentata da un catechismo che si è rivoltato da tanto tempo contro la natura) di essere una depravata, una pervertita, una….. anormale?

Scoprire che per quanto la mia anima si tormenti, le mie mani non posso trattenerle, perché il tormento della mia carne è assai più potente. E per quanto mi mortifichi, mi sottoponga a cilici e penitenze, viene sempre il momento in cui devo cedere, sottomettendomi alla mia natura, piegandomi alle mie voglie acuite anche da quella vergogna che so che proverò, devastante, un attimo dopo aver goduto, essendomi data io stessa il piacere che sogno da un’altra donna. Una donna che non avrò mai il coraggio di cercare.

Una adolescenza trascorsa tra peccato, mortificazione, umiliazione. E poi ancora perversione, depravazione, sporcizia morale. O almeno è così che mi hanno insegnato a considerarla. A considerarmi sporca. Ed è così che mi considero, infatti. Piangendo disperata nel mio lettino di ragazza appena affacciatasi alla vita sessuale. Soffrendo come una cagna battuta senza motivo dal padrone. Come un essere infernale che vorrebbe tanto sentirsi un angelo. Con una madre ed un padre che ancora la chiamano angelo, e di fronte ai quali – pur essendo essi ignari di ciò che mi agita e mi tormenta – ho imparato a vergognarmi.

Smettere di confessare i miei presunti peccati ad un prete il cui respiro si fa pesante, mentre ansima e sbava sul resoconto delle mie miserie, delle mie oscenità. Sapere di essere al bando della comunità, perché una depravata, una LESBICA come me, non è accettabile da nessuno. Una femmina strana, anormale, infelice. Una che non combinerà mai niente se non masturbandosi, o concedendo il proprio corpo ad altre depravate come lei, ad altre femmine sporche. Che morirà sola e disperata come è vissuta. Lasciandosi dietro soltanto una fama di perversa.

Sono stata questa, mi sono sentita questa, per tutta la mia adolescenza. Finché il cielo ebbe pietà di me, e mi riunì ad un’anima in quel momento gemella, portandomi sotto il getto di quella doccia a Londra, poi tra le braccia dell’angelo che avevo sognato per anni. Dalla pelle morbida, profumata, dalle mani delicate e sapienti, dalle labbra dolci, golose, tenere e voraci.

La ragazza che mi prese la verginità….. Bettina……ti amerò sempre non dovessi rincontrarti mai più. Mi hai resa assai più che felice. Mi hai resa normale. Nelle tue mani, sotto i tuoi baci, ho imparato che il vero inferno era ormai dietro le mie spalle. Che il paradiso era davanti a me, esattamente come l’avevo sognato, pur timorosa che il peccato distorcesse la mia immaginazione. Che ciò che avevo creduto peccato e dannazione, era in realtà la mia estasi, la mia ricompensa, la mia realizzazione come donna.

Quella prima nostra notte io e te fummo benedette dal cielo, e lo restammo finché la passione ci fece bruciare anche soltanto a sfiorarci, a pensare l’una all’altra, a desiderarci.

Ti detti tutto, Bettina, ogni mia verginità, ogni angolo della mia anima e della mia carne. E tornai da Londra pienamente donna, anche se ancora lontana da una felicità per cui avrei dovuto lottare per tutta la vita. Per cui lotto anche adesso.

Quegli anni da adolescente che si masturbava vergognosamente e che credeva di non avere posto nel mondo si allontanarono a poco a poco. Adesso posso ripensarci quasi con tenerezza. Commuovendomi ed emozionandomi al ricordo, al pensiero di quelle sedute solitarie a letto o nel cesso, dove alternavo riflessioni dolorosamente esistenziali a travolgenti ditalini. Eccitandomi al ricordo, e ripetendo adesso con meno ingenuità ma con molta più esperienza quegli stessi gesti, quei giochi erotici sulla mia carne. Godo adesso sul corpo di Maria che ha superato la sua mezza età come godevo su quello della piccola Maria così perdutamente triste e così perdutamente innamorata delle sue sensazioni, della sua vita. Di se stessa. Del suo angelo ancora di là da venire.

Godo e finalmente urlo il mio piacere, come non potevo fare allora nella casa dei miei genitori, che non hanno mai saputo – credo – di avere una figlia omosessuale. Pervertita. Porca. Meravigliosamente pervertita. Stupendamente porca.

Se mi guardano adesso, dal cielo, spero che abbiano fatto pace con tutto ciò che non ho saputo confessare loro finché sono stati con me. E poi, pazienza. Le donne che ho amato sono state la cosa più bella che ho avuto in questa mia vita, che loro mi hanno donato. Tornassi indietro, le amerei tutte di nuovo, ed anzi mi risparmierei quei lunghi anni di attesa, di tormento adolescenziale. Mi terrei solo alcuni di quei momenti proibiti di allora, giochetti erotici con me stessa che non avrebbero però avuto quel gusto inebriante se non fossero stati – appunto – proibiti.

Ero ben lontana dall’avere la fica rotta, sanguinante nella mano di Bettina nella cui bocca mugolai il mio primo orgasmo, quando cominciai a sperimentare un autoerotismo sempre più temerario. I giornaletti nel cesso, per quanto ben disegnati, presto non mi bastarono più. Avevo bisogno di immagini reali, non potendo godere di corpi reali.

La notte, sapevo che le tv libere trasmettevano film erotici, o come si chiamavano allora per la prima volta, film porno. C’era di tutto, e le prime volte furono per me una delusione, si vedeva poco o niente, quasi mai ciò che più agognavo….. leggiadre fanciulle che si accoppiavano con altrettanto leggiadre fanciulle.

A tarda notte, quando sentivo farsi pesante il respiro dei miei che proveniva dalla loro camera immersa nell’oscurità come il resto della casa, mi alzavo dal mio lettino dalle lenzuola disfatte e madide di sudore e di umori femminili in cui mi ero agitata per mezza nottata. E mi dirigevo in salotto, stando attenta a non fare il minimo rumore. I miei piedi nudi si muovevano un passo alla volta, di pochi millimetri. Conoscevo ogni angolo della casa immersa nelle tenebre, ma non potevo rischiare di urtare niente, di fare anche il più piccolo rumore. O sarei morta. Di vergogna.

Un passo dopo l’altro, provando piacere per il contatto della morbida carne della pianta dei miei piedini con il freddo del pavimento, provando quell’eccitazione perversa derivante dalla consapevolezza di stare facendo qualcosa di vergognosamente proibito – di letale, se scoperto -, arrivavo infine in salotto.

Con mani tremanti, maledicendomi e cercando di controllarmi, accendevo la televisione che spesso ero riuscita a spegnere io stessa ore prima accertandomi che il volume rimanesse al minimo. Altre volte il dito correva veloce al tasto del volume, sperando di essere in tempo a silenziarlo, magari cogliendo la prima scena del film in un momento di silenzio. Il cuore mi batteva a mille, e i capezzoli sul petto mi facevano un male cane, per l’eccitazione e per la tensione.

La passerina mi tirava, inumidendosi fino ad essere bagnata, ma non potevo ancora toccarmi. Dapprima dovevo accertarmi che la casa fosse ancora immersa in quel rassicurante silenzio, permettendo a me stessa di regolarizzare il respiro, il battito del mio cuoricino impazzito. Smorzato il volume, abbassavo anche la luminosità, perché il riverbero non illuminasse il resto della casa, ridestando in qualche modo i miei genitori.

Poi, finalmente, mi concedevo i primi brividi di piacere alla vista delle immagini che scorrevano sullo schermo. Creature vagamente lascive, perse in dialoghi che non potevo permettermi di ascoltare ma solo di immaginare con la mia fantasia sempre più esperta e zozza, o in gesti di cui potevo anche in questo caso soltanto intuire la ragione, fantasticando sulla loro carica erotica.

Una carica erotica che a volte non c’era. Spesso restavo delusa. Maschi e femmine che fingevano scene erotiche, toccandosi appena ed interrompendo o mimando malamente qualche connubio carnale dopo i primi accenni. La paura intanto sormontava dentro di me quel poco di erotismo che filtrava da immagini mute e di scarso appeal. I miei orgasmi alla fine giungevano più per porre fine all’attesa, alla tensione, al tormento, per poter tornare a letto e rientrare in una qualche normalità domestica. A volte finiva tutto con un piantino, tra le coperte, per la vergogna di me stessa che si mescolava alla delusione, ai miei sogni erotici insoddisfatti, inappagati.

Ma a volte…. A volte succedeva. Il mio paradiso artificiale lesbico si materializzava sullo schermo in bianco e nero. Corpi di femmine angeliche, desiderabili, talvolta piacevolmente demoniache apparivano combaciando con le mie fantasie erotiche coltivate sui giornaletti porno, mi si mostravano in tutta la loro carica erotica, così a lungo sognata. A volte, mi ritrovavo sopraffatta, tremante come in preda ad una febbre, costretta a lasciarmi andare in ginocchio non fidandomi più delle mie gambe rese incerte dal languore, in preda ad una possessione, al raptus erotico. In quel momento, avrebbero potuto scoprirmi e non mi sarebbe importato nulla. In quel momento, la mia mente delirava, in silenzio (Dio, se solo avessi potuto urlare le esclamazioni, le oscenità, perfino le bestemmie che un giorno avrei imparato ad accompagnare ai miei orgasmi!), la mia mano sinistra strizzava i miei capezzoli quasi a sangue, la mia mano destra pizzicava il mio clitoride, scivolava nel culetto. Finché non venivo, silenziosamente ma selvaggiamente.

Orgasmi che continuavano il giorno dopo, allorché la mia fantasia li riportava in vita in qualche sogno che proseguiva ad occhi aperti. Rivedevo le mie femmine adorate, rivivevo me stessa stravolta dal raptus, dal piacere. Mi tirava la fica da matti, così si diceva tra ragazzine quando – raramente – ne parlavamo). Allora correvo nel cesso, e godevo di nuovo, stringendo le cosce attorno alla mia mano, stuprandomi il culo (l’unica verginità che Bettina non ha avuto da me, avevo imparato a fottermelo da sola da ragazzina, non volendo rischiare l’imene). A volte – quando sapevo di essere sola in casa – aiutavo la mia perversione con le cinghiate con cui mi segnavo il culo, la schiena, la pianta dei piedi, immaginando di essere la schiava sottomessa ed abbietta di qualche crudele e bellissima padrona. Fantasie che tra l’altro si accompagnavano bene con la vergogna che provavo quotidianamente.

Ricordo come fosse adesso il più bell’orgasmo masturbatorio di adolescente. Lo godetti su questo film, che comparve una notte per miracolo, e poi fu ripetuto varie volte nelle notti seguenti. L’ho ritrovato di recente, una volta riscopertami assidua frequentatrice di Youporn. Genere lesbo, che discorsi. Manco a chiederlo.

Non posso ancora vivere con la mia amata Catherine, la donna della mia vita.  Sono tornata, alla mia attuale età di milf, una consumatrice di porno e di autoerotismo. E mi ha battuto forte il cuore quando ho rivisto scorrere sotto il mio mouse (ho imparato a toccarmi con la sinistra, da quando la destra mi serve per scorrere fra le offerte del mio catalogo da porca) i corpi nudi e bagnati dall’acqua di quella piscina in cui avrei tanto voluto immergermi (e perdermi) 40 anni prima, tra queste due femmine che furono – vi prego, non ridete – la prima gioia della mia vita sessuale.

Eccole qui. Spero che qualche vecchia porca come la sottoscritta se le possa godere come ho fatto io per tutta la vita. Se l’omosessualità alla fine mi ha reso felice, lo devo anche a queste due fatine qui sotto.

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Scoprirmi lesbica, scoprirmi voyeuseultima modifica: 2018-08-19T12:48:35+02:00da marycorsini65
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